venerdì 25 marzo 2011

pensieri strappati agli ultimi giorni -3-

Credo che il cuore abbia un attimo rallentato.
No,non dico nella sua funzione primaria,anzi.Il sangue lo pompa sempre,l'ossigeno arriva.
Per fortuna però mi ha concesso di riparare con l'impalpabilità di un raggio di sole a quell'euforia grigia da abbandono.
Giurando che la vita è un gioco dell'assurdo (solo perchè l'assurdo l'abbiamo inventato noi!),ad ogni passo c'è da sorprendersi.Tutto quello che avevi sottovalutato in partenza sa rivelarsi efficace mentre tutto il resto effimero,scivolando via,non con meno fatica,alle leggi del muscolo supremo.
Quanto conforto in un treno che viaggia verso te,per tanti chilometri.
Però questo è un ciclo di appunti (ormai quasi concluso) di giorni di rodaggio dell'anima.
Faccio finta di dimenticarmi dal meccanico i sorrisi di oggi per non far passare troppo tempo e sputar via le ultime spine,nella volontà di non volermi abituare al dolore di punture costanti.
E poi il tempo trasforma tutto,anche i ricordi;li solleva e li distacca dal reale.Più tempo passa e più sarà diverso.
Ecco perchè io prendo appunti.

Una notte prima o due che quel treno arrivasse in Milano,stazione centrale, ho incubato.
Incubare stavolta sta per "fare un incubo talmente ingombrante e vivido che ti entra nella pancia e sembra una gestazione".E' una definizione un pò lunga effettivamente ma mica sempre si può contare sul dono della sintesi!

C'era mio padre,c'era il diavolo,c'era una stanza bianca,di una pulizia chirurgica;c'erano enormi anfore tozze,bianche anche loro,disposte su scalinate improvvisate,come quelle che si trovano nei campetti da calcio dei campi sportivi.
Che c'entra papà?! Non lo so: io racconto,non interpreto.
Quello che so è che quelle anfore sulla mia destra erano colme di liquido rosso e vitale ed io ero capace di guardarmi da fuori,in un'astrazione,oltre che di sentire esattamente ogni minima vibrazione del corpo.
La mia prospettiva astratta non era centrale: osservavo quella piccola stanza diafana disposto diagonalmente davanti all'entrata,tra la scalinata e la porta.

La traiettoria del mio sguardo aveva il punto di fuga aldilà della soglia e tagliava il centro vuoto di quel posto così bianco e così oscuro.

Quindi la mia astrazione era difronte all'entrata e al me corporale,fisico,che a sua volta era di spalle a quell'unica via d'uscita.

In questa complicata trasmissione dell'immagine,scrivo qui i miei appunti veloci e freddi aggiungendo soltanto che quel dolore fisico mi ha distrutto anche al risveglio:


“Ho parlato col diavolo,non so che volesse.Mi ha conficcato il ferro nei tendini dei piedi,come enormi aghi attaccati a cannucce di plastica trasparente.Mi ha appeso a testa in giù ad una sbarra di ferro,nudo ed ha succhiato tutto quello che poteva.Tirava il ferro,tirava la forza di gravità.

Ho sentito il male dentro e non capivo dove corresse via tutto quel sangue.

Papà non si è accorto di niente,lui già non c'era più.”


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